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La BRIGATA VELENO si fonda su alcuni principi per noi basilari:
1) AUTOFINANZIAMENTO. Riteniamo che un gruppo ultras non debba dipendere da niente e da nessuno; un piccolo sacrificio economico è solo il simbolo della passione che nutriamo verso la squadra. Oltre a metterci qualcosa di tasca nostra, i nostri ricavi vengono fuori essenzialmente da due voci: la prima è la colletta che ad ogni partita casalinga facciamo all’ingresso del Palazzetto, alla quale partecipano indistintamente tutti i sostenitori reatini. La seconda è la vendita di gadgets (sciarpe, magliette ecc.). Questo ci permette di tirare avanti, di fare delle eccellenti coreografie nelle occasioni che contano e di sobbarcarci più o meno serenamente le trasferte che il calendario ci mette davanti. La nostra condotta è limpida: abbiamo un cassiere che redige settimanalmente le entrate e le uscite. I conti della cassa sono pubblici onde evitare equivoci, perché tutti i tifosi reatini (anche quelli che mettono solo un 1 €. ogni domenica nel bussolotto) devono sapere che fine fanno i “loro” soldi. E’ con lo spettacolo che facciamo in curva che in qualche modo ringraziamo chi con un piccolo gesto dimostra approvazione nei nostri confronti e sostegno per il nostro operato.
2) AUTOGESTIONE. E' un concetto strettamente legato al precedente. Accettiamo l’aiuto di tutti: società, istituzioni ecc. a patto che, sia sempre ben chiaro, non siamo ne saremo mai lo strumento di qualcuno, ne in alcun modo ricattabili. Chi ci aiuta in buona fede perché crede in quello che facciamo e come lo facciamo è ben accetto…chi lo fa per secondi fini non troverà terreno fertile, come ampiamente dimostrato fino ad oggi: noi siamo del tutto liberi e indipendenti di decidere ciò che riteniamo più giusto, sia per il gruppo che per la squadra.
3) POLITICA. Non siamo così ipocriti da dichiararci “apolitici” come fanno altre curve e poi sono tutto tranne che tali. Noi più realisticamente diciamo che in curva ci sono molte persone politicizzate e molte a cui la politica non interessa. Non abbiamo “personaggi in giacca e cravatta” nella nostra curva messa li per “farsi vedere”, ma tutta gente che lavora sodo! Non siamo apolitici, ma questo non vuol dire che facciamo politica al palasport: riteniamo semplicemente che in quei 40 minuti in cui la nostra squadra è in campo, l’unico pensiero, l’unica fede debba essere la "Sebba". In questi anni in cui a livello locale siamo “incensati” da tv, carta stampata, radio ecc. per il nostro comportamento, il nostro stile, le nostre iniziative - in controtendenza con lo stereotipo ultras = teppista un po’ in voga in tutto il resto d’Italia - dobbiamo dire che le critiche ricevute fino ad oggi a questo riguardo sono state davvero sporadiche: venute tra l’altro sempre dall’esterno… forse nel malsano tentativo di destabilizzare un ambiente che fa paura a qualcuno e su cui molti vorrebbero mettere le mani. Critiche strumentali da persone che non sono mai venute in curva, che non hanno mai alzato un dito, che parlano per sentito dire e che soprattutto non abbiamo mai visto in faccia. Sinceramente noi che ci facciamo il culo tutto l’anno, tra migliaia di km di trasferte, coreografie, merchandising e iniziative varie, alle critiche di gente come questa gli pisciamo sopra. L’invito per chi ha qualcosa da rimproverarci è sempre lo stesso: venire in curva, sgolatersi per 40 minuti, fare insieme a noi coreografie e trasferte e poi se ne può riparlare…ma puntualmente l’invito cade nel vuoto perché è più facile criticare standosene davanti un pc tra una sega e l’altra, che rimboccarsi le maniche e impegnarsi non solo la domenica, ma per 52 settimane l’anno!
4) COMPORTAMENTO. Non pretendiamo di avere il “codice Ultras” stampato sulle chiappe, per cui alcune cose scritte in questa sezione sembreranno - agli occhi di chi non ci conosce - ovvie, altre strane, altre più o meno condivisibili: riteniamo comunque che la grandezza di un gruppo sta proprio nel darsi una propria identità, creando un modello unico e autonomo agendo al di fuori di schemi preposti. Per questo possiamo dire di avere un “nostro” stile che ci contraddistingue sia in casa che fuori. La nostra “mentalità” ci porta in primis a tifare esclusivamente la nostra squadra, ignorando sempre l’avversario. Per noi la trasferta è una “istituzione”: preferiamo andare in 30 dappertutto ad ogni partita di campionato, indipendentemente dal valore dell’avversario, piuttosto che organizzare 5 trasferte l’anno da 300 persone solo per le partite che contano. Non ci facciamo “grandi” offendendo i tifosi ospiti perché abbiamo “le spalle coperte” da altre 3000 reatini, così come non siamo dei “provocatori” quando ci spostiamo in trasferta anche se siamo in alcuni casi in superiorità numerica. Chi viene in Sabina per tifare la propria squadra è ben accetto, verrà ignorato e se il suo comportamento rimarrà corretto riceverà pure il nostro applauso (a prescindere dal risultato o dall’importanza del match). Quando andiamo in trasferta noi, facciamo solo cori per la nostra squadra. Sostanzialmente tendiamo ad ignorare le offese che potrebbero venire dalla “tribuna”: non le consideriamo per il semplice fatto che provengono da persone che non capiscono o quanto meno non vivono direttamente la “militanza ultras”, quindi valutiamo esclusivamente il comportamento delle curve avversarie: se ci offendono rispondiamo, se ci tirano qualcosa la ritiriamo, se ci affrontano non ci tiriamo indietro…ma non siamo mai noi a cominciare (naturalmente questa è la prassi: non ci mettiamo la mano sul fuoco nel caso si affrontino tifoserie con cui ci sono dei rapporti tesi). Ci piace andare in giro per l’Italia a sostenere i nostri colori, la nostra squadra, il nome della nostra città: non è nostro interesse farci nuovi amici così come non ci interessa farci nuovi nemici. Fondamentalmente siamo sempre stata una tifoseria che ama stare per i fatti suoi, ci interessiamo poco dei rapporti “diplomatici” che intercorrono tra le diverse tifoserie (anche se questo a volte ci danneggia un pò): abbiamo le nostre simpatie e le nostre antipatie, ma queste non condizionano necessariamente l’atteggiamento di tutta la curva. Per noi non vale neanche la proprietà transitiva che vuole a tutti i costi nemica una tifoseria gemellata od in buoni rapporti con un’altra che odiamo. Non ci facciamo condizionare o trasportare da quello che “altri” ci possono suggerire: ogni giudizio, ogni decisione, la prendiamo solo dopo aver visto coi nostri occhi il comportamento che gli ultras avversari hanno nei nostri confronti.
5) STILE. La nostra curva fa un tifo “all’inglese”. Non sopportiamo le curve “brasiliane” tutte balli e bonghi, ne quelle tifoserie che usano semplicemente bombolette acustiche o tamburi amplificati. Prediligiamo l’uso esclusivo delle mani e della voce, lasciando il tamburo per alcuni cori ritmati che ci servono per coinvolgere tutto il palazzo, se non addirittura solo per far confusione quando hanno palla gli avversari. Le nostre coreografie sono sempre molto curate ed anche gli stendardi (o le bandiere) che sventoliamo sono molto rifiniti: stiamo cercando di abolire qualsiasi cosa fatta con lo spray (oscena a vedersi), meglio usare la vernice. In questo abbiamo sicuramente subito un’influenza calcistica…e lo spettacolo sicuramente ne ha guadagnato.
6) GIOCATORI. La nostra curva tifa sempre e solo la maglia. Il basket moderno è lontano anni luce dall’epoca in cui una città, una squadra si riconosceva nel suo uomo “bandiera, simbolo”: una figura ormai rarissima di questi periodi. Un tempo persino gli americani che venivano a Rieti, facevano carte false per restare…ed ammirare Bob Laurisky che dopo 30 anni ancora torna dagli USA per farsi le vacanze in Sabina e si commuove in TV quando ricorda le sue stagioni reatine, ci fa rimpiangere ancor di più uno sport sicuramente più genuino e lontano dal business odierno. Non siamo dei “nostalgici” a tutti i costi, siamo consapevoli che tutto è cambiato: gli “strangers” oggi vanno dove gli si offre di più, pronti ad alzare i tacchi al primo ritardo di pagamento o alla prima chance NBA. Andare in una città e rimanervi per una scelta di vita è una eventualità non più proponibile per i professionisti moderni. A loro quindi chiediamo solo di fare BENE quello per cui sono pagati BENE. Li chiamiamo professionisti, perché è questo che sono, anche se il concetto “vado da chi mi paga di più” sembra più un pensiero da mercenari… Se è vero che un discorso simile vale anche per i giocatori italiani, forse proprio per una diversa mentalità, questi sono più spesso portati ad affezionarsi alle città, alla gente ed ai tifosi che li circondano. Sono pur sempre professionisti per carità…non ci facciamo illusioni, ma onestamente ci ha fatto piacere essere stati smentiti da numerosi atleti e allenatori che da noi hanno trovato casa, affetti e amicizie durature e disinteressate... e questo ha fatto si che si creasse fin da subito un rapporto molto stretto tra Ultras ed atleti: loro ci considerano “parte della squadra” non del “tifo”, gli interlocutori privilegiati con cui discutere dell’andamento della stagione; noi li consideriamo l’altra faccia di una stessa medaglia: una parte gioca la sua partita in campo, l’altra sugli spalti…ma siamo un tutt’uno! A loro non abbiamo mai chiesto trofei o promozioni, ma pretendiamo il massimo impegno: i nostri giocatori sanno che se usciranno sudati e stremati dal campo, dopo aver lottato per 40 minuti da noi riceveranno sempre e solo lodi, sia che si vinca sia che si perda. Siamo una grande famiglia…questa è stata, è e dovrà essere sempre la nostra forza!
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